Filzi

Questo documento che era di proprietà di un nostro Fratello, si riferisce a una lettera scritta dalla signora Amelia Filzi, madre di Fabio Filzi, nella quale racconta le ultime ore di vita del proprio figlio, un libero pensatore, e di come è andato incontro al patibolo.

Cara e gentil signorina,

commossa profondamente per le nobili espressioni contenute nella preg. Sua lettera, Gliene rendo vive grazie.

Ella mi ringrazia di esser venuta alla sua conferenza, mentre sono io che devo ringraziarla del conforto che la Sua eloquente parola mi ha procurato.

Purtroppo in quella sera la mia commozione era si viva che le mie labbra non poterono profferire quello che sentivo dentro di me, ma spero ch’Ella vorrà onorarci ancora e allora sarò più forte.

L’intenso amore che portava e porta tuttora ai miei cari morti fa si che il mio dolore sia sempre vivissimo; d’altro canto questo mio dolore è mitigato da una, dirò così, santa rassegnazione che mi esalta in modo da vedermelo, in ispirito, sempre a me vicini, e dal non piccolo conforto della realizzazione del loro e nostro sogno, della redenzione cioè delle nostre terre e della gloria e grandezza d’Italia.

Nella fiducia di farle cosa gradita mi fo lecito di unire a questa mia una copia di quanto il mio caro Fabio abbi a dire in faccia ai suoi giudici durante il processo e della relazione circa il modo in cui passò le sue due ultime ore.

Quando penso alla generosità di quell’anima che moriva felice per il suo ideale, tormentato solo dal dolore che la sua morte avrebbe arrecato ai suoi genitori, non possa che ammirarlo e venerarlo.

Colgo l’occasione per rinnovarle i sensi della mia profonda stima e Le invio rispettosi e cordiali saluti, anche a nome di mio marito.

Amelia Filzi

Rovereto, 3 gennaio 1920

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Appunti mandati dal sig. Cova a mio marito.

L’interprete Giuseppe Rossi di Trento, presentatosi alla Sua signora, disse le testuali parole:

Lei può andare orgogliosa e superba di Suo figlio Fabio; egli tenne durante e dopo il processo un contegno da eroe convinto e dignitoso. Durante il processo dibattimento gli ufficiali austriaci, compresi d’ammirazione per la risolutezza e fermezza di carattere da lui dimostrate, parecchie volte gridarono: “Bravo Filzi!” Anzi un maggiore dovette far zittire l’uditorio.

Fabio Filzi non cercò la minima difesa, anzi chiaro ed alto dichiarò: “Io dall’Austria non mi aspetto nè grazia nè pietà; so quello che m’attende. Fate di me quello che vi piace; io ho combattuto l’Austria nella piena convinzione di fare opera santa e civile. Sono felicissimo di morire per la mia Patria italiana ch’io amo sovra ogni cosa.

Il contegno nobile e generoso da lui tenuto fino all’ultimo commosse l’avvocato difensore, che l’abbracciò e baciò ripetutamente.

All’interprete disse di confidare ai propri cari le seguenti parole: Chiedo perdono per il dispiacere che arreco ai miei genitori; l’ultimo mio bacio e saluto va alla mia fidanzata. Del resto muoio felice per la Patria. Prego di consegnare il mio orologio come pegno alla mia fidanzata”.

L’interprete assicurò che gli fu impossibile di avere l’orologio, anzi neppure il minimo oggetto; perfino i bottoni e il fazzoletto gli erano stati rubati.

Trento, 13/12/18

Cova m.p.

Giuseppe Rossi m.p.

Le parole sucitate furono a me dirette, alla presenza del sig.Cova dal sig. Giuseppe Rossi che funse da interprete al processo, nell’occasione che io mi ero recato da Trieste per visitare la tomba del mio povero Fabio e il luogo del supplizio. Il sig. Cova scrisse gli appunti e il sig. Rossi li confermò con la firma.

Il giorno 5 giugno u.s. mi recai, insieme con mio marito, a Bressanone per parlare con l’ex cappellano Hermann Mang, il quale fece compagnia al nostro Fabio durante le sue ultime ore che precedettero il supplizio. Mio marito ne fece un sunto di quanto il Mang ci raccontò, sunto che fu poi confermato dal suo nominato sacerdote.

Eccone il testo:

Entrato verso le 5 pom. del 12 luglio 1916 nella cella, il dott. Filzi mi si fece incontro dicendomi di ritenere inutile la mia presenza, essendo egli libero pensatore, ma avendogli assicurato che gli avrei volentieri giovato in altra maniera, mi ringraziò. Allora incominciò una viva conversazione che durò circa due ore e durante la quale si trattarono diversi argomenti. E tanto animata fu la conversazione che egli non si accorse nemmeno del rumore fatto dalla scorta che andava a prendere e condurre al patibolo il Battisti. Io non conosco che imperfettamente la lingua italiana, ma non mi ricordo di averla mai parlata tanto speditamente come in quella occasione.

Mi raccontò tutta la sua storia dall’infanzia in poi, mi disse che fin da ragazzo il suo pensiero predominante era l’Italia, che per questo suo ideale aveva molto sofferto, tutto sacrificato e ora dava volentieri anche la vita.

Mi parlò molto dei suoi genitori del grande affetto che nutriva per loro e del suo riconoscimento per il dolore che loro arrecherebbe la sua morte e mi pregò caldamente di far loro avere il suo estremo saluto. Io promisi di scrivere ai suoi genitori ma, per quanto mi adoperassi, non mi riuscì di avere il loro indirizzo.

Della fidanzata fece pure menzione con tenerezza, e mi incaricò di salutarla e di dirle che deplorava di procurarle si grave dispiacere ma che non aveva saputo fare altrimenti, avendo sempre seguito i dettami del suo ideale, e si stimerebbe un vile se avesse agito diversamente. Si parlò anche di religione. Fra l’altro mi disse che stimava bensì Cristo un uomo superiore, ma non credeva divina la sua essenza. Fu calmo, anzi spigliato durante il nostro colloquio, fumò circa dieci sigarette e bevve un paio di bicchieri di vino. Calmo si mantenne nel tragitto dalla cella al luogo del supplizio, durante il quale mi raccomandò nuovamente di salutare i suoi genitori e di esprimere loro il suo grande rincrescimento per il dolore che loro causerebbe, e calmo fu anche davanti al patibolo.

Alle 6,30 mi domandò quanto mancava all’ora stabilita.

Ed io, nello scender le scale, avviandomi con lui verso il luogo del supplizio e vedendo la folla dei curiosi, borghesi e militari, e di coloro che fotografavano la lugubre scena, pensai: di quanti di costoro questi, che come un delinquente viene condotto al patibolo, è migliore!

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